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La Fraternità: un'esperienza che esige una grande maturità

Strade nuove? Nel momento in cui ci si continua a interrogare sul rapporto celibato- sacerdozio, per lo più per rivendicare il diritto al matrimonio di chi ha scelto di farsi sacerdote o, per lo meno, per rendere il celibato facoltativo, la raccolta di testimonianze curata da Carla Guglielmi ci pone davanti a una nuova prospettiva, dove appaiono non più sufficienti le categorie sacerdozio-celibato-matrimonio e appare più rilevante la dimensione antropologica dell’essere maschio e femmina. Prospettiva nuova non in senso assoluto, poiché la storia da sempre ha testimoniato questa realtà: dei ministri sacri e delle donne, delle vere e proprie "coppie" che nella Chiesa e per la Chiesa hanno vissuto e operato, senza che nessuno avesse a contestare il loro modo di essere e di agire. La novità sta nel fatto che a vivere questa esperienza, malgrado loro e senza alcuna loro ricerca, è gente per così dire "normale", che spesso non ha nulla di straordinario: persone che svolgono il loro apostolato come tanti altri preti, come tante altre donne. Ma sentono di non essere da soli, bensì "uno" in due, uniti da un amore che non è quello coniugale, ma non per questo è meno forte e duraturo.

Che dire? Sarebbe facile, per chi vive al di fuori dell’esperienza, evocare meccanismi psicologici di compensazione, di razionalizzazione. Dalle testimonianze riportate, ma, forse, ancor più dal contatto vivo con queste persone, emerge, invece, una realtà di persone equilibrate, profondamente innamorate di Dio, fedeli alla loro vocazione, enormemente arricchite dalla vicinanza dell’uno con l’altra.

Tutto chiaro? Non proprio. Bisogna fare attenzione a non considerare tutto questo "normale", quasi che ogni prete e ogni donna possano intraprendere di loro iniziativa questo cammino. L’illusione sarebbe grande, perché questo cammino, come lo chiamano coloro che vivono l’esperienza, non è da cercare come risposta a proprie esigenze psicologiche. È piuttosto un itinerario che Dio, nella sua infinita misericordia, fa trovare ad alcuni. Non perché si sentano dei privilegiati, o delle eccezioni, ma perché possano essere per tutti i loro fratelli una manifestazione e uno strumento della misericordia di Dio.

Occorre anche fare attenzione che questa realtà non sia vista come una via di mezzo tra matrimonio e celibato vissuto per il regno dei cieli. È piuttosto la riaffermazione dell’unità dei due così come voluta dal Signore e che, oltre a esprimersi nel matrimonio, il grande sacramento, non può non riguardare ogni uomo, prete compreso, senza che, per questo, ogni prete debba avere vicino una donna. La complementarietà ha tanti modi di concretizzarsi. Sicuramente se questo cammino è vissuto nell’autenticità, è l’annuncio forte di un’umanità che sta risalendo alle origini, per ritrovare l’unità fondamentale.

Forse allora queste storie ci aiutano a ripensare e a superare l’annoso problema del celibato obbligatorio e necessariamente connesso al sacerdozio. Non sarà che il Signore sta indicando strade nuove (anche se già antiche) per aiutare i preti, per rendere questa Chiesa più umana, per dare alla donna il suo giusto posto? Domande a cui solo l’esperienza concreta può dare risposte.

Giuseppe Pernigotti
(Federazione italiana assistenza sacerdoti)