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Motivazioni teologiche e bibliche nei riguardi delle "Fraternità"

Nella “Mulieris Dignitatem” il Papa, al n. 7, afferma che «l’uomo non può esistere "solo" (cf Gen 2,18); può esistere soltanto come "unità dei due", e dunque in relazione a un’altra persona umana. Si tratta di una relazione reciproca: dell’uomo verso la donna e della donna verso l’uomo. Essere persona a immagine e somiglianza di Dio comporta, quindi, anche un esistere in relazione, in rapporto all’altro "io". Ciò prelude alla definitiva autorivelazione di Dio uno e trino... Tutta la storia dell’uomo sulla terra si realizza nell’ambito di questa chiamata... alla comunione interpersonale».

Nella “Lettera alle donne” scritta il 29 giugno ’95, poi, il Pontefice riprende questo concetto: «È soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno»: ossia l’unità dei due elementi si fa volto di Dio. Resta solo da domandarsi se l’uomo e la donna consacrati sfuggono a questo dettato biblico e magisteriale. Se lo debbano e se lo possano. Se, cioè, anche il sacerdote, in quanto persona creata a immagine del Dio trinitario, che è relazione e dialogia infinita, non sia chiamato a questa relazionalità, a questa comunione interpersonale con l’altro – e nel caso specifico con la donna – in un rapporto in cui ciascuno si pone come dono perché l’altro sia sé stesso. Cosa che vale, evidentemente, anche per la consacrata. Se questo stare l’uno di fronte all’altro, l’uno accanto all’altro, non diventi luogo e grazia perché entrambi siano sempre più fedeli alla loro vocazione e al loro servizio. Se la conclamata reciprocità non richieda, di sua natura, accoglienza l’uno dell’altro, dialogo, capacità di confronto. Per accennare appena al fatto che l’essere in relazione del sacerdote lo arricchisce nella sua umanità e, se da un lato gli conferisce una più completa ed equilibrata visione della realtà, dall’altro lo matura a viscere materne nel rapporto con coloro che sono affidati al suo ministero pastorale.

Né, questo, contraddice la scelta celibataria. Il celibato, infatti, non si identifica con la vocazione alla solitudine e all’isolamento. Anzi, un’autentica vocazione al celibato è di necessità iscritta – dice la Militello – in un’assunzione equilibrata dell’alterità femminile. In questa rete di equilibrio appare «particolarmente importante che il sacerdote sviluppi profondamente in sé l’immagine della donna come sorella», dice il Papa. La solitudine, infatti, non è per l’uomo. La trama costitutiva della reciprocità chiede comunque di dispiegarsi, né di norma basta l’ascesi eroica a erodere questo bisogno profondo dell’altro che Dio stesso ha iscritto nel cuore dell’uomo. Così come non basta genericamente l’altro. Ciascuno di noi cerca, interroga, il proprio simile-dissimile, colui con il quale, dialogando, realizza e traduce in questo mondo creato, l’orma della dialogia ineffabile e increata.

Naturalmente è richiesta una condizione ineludibile: l’amicizia di un prete con una donna è possibile se intercorre tra i due lo stesso impegno, la stessa spiritualità ministeriale. Che le si conceda o le si neghi il ministero, una donna può essere amica e compagna di un prete solo se ne condivide la scelta ministeriale, se le assegna il primato, se iscrive sé stessa in questa oblatività, in questo orizzonte ecclesiale di servizio. Non è amicizia, ovviamente, quella che monopolizza, distrae o distoglie. È allora che scattano i perversi dinamismi che incentivano la crisi o l’insofferenza, la scontentezza, il dubbio. Ma là dove è fondamentale e primaria la passione per la Chiesa, dove stia al centro la scelta del servizio, la donna amica, compagna e sorella, diventerà la coscienza critica dell’amico, compagno, fratello. Lo restituirà giorno per giorno all’assolutezza del suo essere per gli altri, senza riserve. E lo farà senza fatica perché si tratta di un ministero.

Il movimento crede possibile un percorso ecclesiale che faccia spazio alla donna come donna, che per grazia è dato di incontrare, di riconoscere, di accogliere. La compiutezza di questo incontro indubbiamente genera, con una qualità nuova, alla Chiesa e rende meglio visibile quel disegno comunionale che la Chiesa stessa è chiamata a testimoniare come popolo di Dio, come corpo di Cristo e sua sposa.

Dice la scrittrice Elisabetta Fiorentini, recentemente e prematuramente scomparsa, che "questa" è una strada scegliendo la quale la Chiesa e la pastorale potranno fare un salto di qualità e di credibilità nell’annunciare il Regno. Quelle della fraternità sono storie vere, narrate con la discrezione e lo stupore di chi – vivendole – si accorge di scrivere pagine nuove all’interno della comunità cristiana. Ed è per questo che le proponiamo nelle testimonianze che seguono.

Maria Cecilia Scaffardi