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Ci sentiamo come giardinieri in mezzo al deserto

"Per un certo tempo eravamo persuasi che il celibato del presbitero non legasse con la presenza della donna. Poi, nel discernimento e grazie all’aiuto ricevuto, ci è stata donata molta luce e abbiamo capito che la nostra amicizia, collaborazione, comunione, potevano armonizzarsi in una vera e propria fraternità di vita e di ministero. Come consacrati e chiamati a condividere la nostra ricchezza personale per il regno di Dio, abbiamo potuto costatare che la nostra vita, la fede e il servizio si arricchiscono sempre più, rispondono meglio alla chiamata di Dio e rendono più proficua la nostra missione di prete e di consacrata.

Pur ispirandosi a numerosi modelli di fraternità nella fede e nell’amicizia spirituale, quali vennero vissuti e tramandati, per esempio, da Francesco e Chiara d’Assisi, la ragion d’essere della nostra scelta e cammino è ben profonda: si tratta di una vocazione, di un carisma, di un dono dall’alto. La nostra fraternità non è dovuta a volontà umana, né a volere di sangue, ma alla mente e al cuore di Dio. Pertanto la nostra comunione è esperienza di fede. È vivendo in fraternità, che abbiamo colto, oltre ogni dire, l’intensa tenerezza di Dio. È l’amore incarnato del Signore che sostiene la nostra comunione fraterna: ne è fonte e matrice che vincola la nostra unione al Padre per Cristo nello Spirito, la alimenta, la sostiene e la cementa.

La nostra fraternità, libera ormai dall’incredulità e purificata dalla sofferenza di non essere sempre capita, trova la sua credibilità e autorevolezza nel piano amorevole di Dio, che ci ha pensati così, creati e chiamati prima che noi fossimo. Nella preghiera e nell’aiuto reciproco, che sostengono la nostra vita e la nostra specifica missione, siamo finalmente in grado di pronunciare la preghiera di benedizione sulla nostra persona al maschile e al femminile. È in questa "celebrazione eucaristica", come reale e continua benedizione e ringraziamento, che facciamo memoria del Signore crocifisso e risorto ed è qui che si rivelano la validità e credibilità di un apostolato che altrimenti apparirebbe scarsamente umanizzato e vitale. La fraternità ha avuto bisogno di notevoli sostegni spirituali per essere compresa e accolta. Increduli per anni noi stessi e ostacolati da quanti non capivano, siamo stati costretti dalla fatica dell’itineranza contingente a essere giardinieri in mezzo al deserto, ma siamo stati guidati perché non fosse avvilito il nostro carisma.

Gratitudine senza misura dobbiamo all’Opera dell’amore sacerdotale, che intende presentare alla Chiesa il carisma della fraternità e della comunione del presbitero e della donna consacrata. Questo dono dello Spirito che va scoperto, alimentato e orientato, è un cammino che intende promuovere la donna come apostola accanto all’apostolo, perché egli viva in pienezza la vita dello Spirito e semini con autenticità il Vangelo. Accanto al presbitero la donna è chiamata a dare la dimensione dell’amore materno alle creature che egli serve con amore paterno e indiviso. Nello stesso tempo, come segno della fede e della Chiesa, la donna assume uno squisito ruolo mariano nella vita e nel ministero presbiterale: come madre che accoglie e conforta, come sorella che accompagna e condivide. Non è solo compito nostro garantire a priori la credibilità e la riuscita della fraternità, ma è lo Spirito che chiama, dona, sostiene, assicurando i frutti che ne determinano la validità. Il Signore vuole che noi giungiamo alla fusione nello Spirito, che significa anzitutto accogliere la propria realtà personale di uomo e di donna nella sua ottica divina, come "cosa molto buona" (Gen 1,31).

Certamente questo dono, che parafrasando un’espressione paolina portiamo in vasi di argilla, conduce a una convinta, profonda, gioiosa, ricca e dinamica vita interiore da condividere con quanti sono chiamati a vivere la stessa esperienza. Chi scorge di fuori questa dovizia di grazia deve bruciare dentro della fiamma dell’amore di Dio e avere occhi limpidi, senza attribuire l’oscurità a quelli che invece neppure la immaginano. Pertanto, la carità verso quanti non riescono ancora a comprendere la nostra fraternità, ma anche il dovuto rispetto per il dono ricevuto, ci inducono a tenere l’anonimato.

Carla Guglielmi e don Dino