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Il faro di Giuseppe e Maria

"La figura del prete ha sempre suscitato una certa curiosità, mista a soggezione forse per quell’alone di sacralità e di mistero che porta con sé. Ci eravamo più volte chiesti se il modello di presbitero cui tendere fosse quello rappresentato da tanta agiografia e che vediamo delineato nel testo di Michel Quoist, La preghiera del sacerdote la domenica sera, di cui riportiamo alcuni stralci: «Eccomi, Signore / Solo / Il silenzio mi incomoda / La solitudine mi opprime... / È duro essere solo. / Solo davanti a tutti, / solo davanti al mondo, / solo davanti alla sofferenza, / alla morte, al peccato». Ci interrogavamo se questa condizione di solitudine lacerante fosse volontà di Dio, fosse risposta al suo progetto. Ci sembrava di sentire un forte contrasto ripensando alla teologia del sacramento dell’ordine, che presenta il presbitero come l’uomo della comunione. E allora il presbitero, nel rispetto della sua scelta celibataria, può realizzare una reciprocità ministeriale con la donna? «Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gen 2,18). Questo passo, che sta "al principio" e che ci riconduce alle intenzioni originarie di Dio, è stata la nostra indicazione di cammino. La solitudine è lamentata da Dio come un male e il Papa nella Lettera alle donne, sottolinea che «quando la Genesi parla di aiuto, non si riferisce solo all’ambito dell’agire, ma pure a quello dell’essere. Femminilità e mascolinità, infatti, sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico».

Ci siamo conosciuti dieci anni fa, impegnati entrambi nel servizio ai malati. Un incontro come spesso accade nei campi di lavoro, ma che ha lasciato tracce profonde. Nel dialogo che si è instaurato ci siamo ritrovati accomunati dalla medesima passione per il regno di Dio, dal medesimo amore verso l’umanità. Ci siamo affiancati e presi per mano come compagni di viaggio (comites). L’amicizia che poi si è andata consolidando non ci ha fatto paura, perché non ha mai fatto vacillare la nostra consacrazione al Signore e ai fratelli e ci ha permesso di essere – l’uno per l’altra – quell’ala mancante per volare verso Dio. Strada facendo ci siamo arricchiti e maturati nella vita dello Spirito: il pregare insieme, il meditare la parola di Dio per poi spezzarla come pane ai fratelli, ci ha fatto sperimentare la ricchezza di Dio, Padre e Madre.

Abbiamo così toccato con mano come il presbitero abbia bisogno dell’apporto del "genio femminile" per completarsi e per riversare sul popolo l’abbondanza di un amore e di una tenerezza paterna e materna insieme. In questa avventura ci ha guidato il faro di Giuseppe e Maria, due vergini predestinati ad aiutarsi per donarsi insieme a Dio e per accogliere, custodire e far crescere la vita del Figlio di Dio. Giuseppe e Maria ci hanno consegnato il compito di continuare nel tempo la loro missione: far nascere, crescere e maturare Gesù negli uomini e nelle donne di oggi. Si è aperto, così, un ampio capitolo di intensa collaborazione pastorale.

È difficile raccontare in quanti modi si possa realizzare la diaconia della donna accanto al presbitero parroco-pastore: è l’occhio femminile che, come Maria a Cana, sa intuire e prevenire i bisogni della comunità. È capacità di accoglienza delle persone; è anima delle diverse attività; è partecipazione all’elaborazione dei programmi pastorali. Abbiamo così sperimentato, come ha richiamato il Papa, all’Angelus di un 3 settembre, «quali grandi vantaggi verranno alla pastorale, quale nuova bellezza assumerà il volto della Chiesa, quando il genio femminile sarà pienamente riversato nei vari ambiti della sua vita». In particolare la comunità cristiana, godendo della presenza della donna consacrata, compagna di lavoro e di ministero del presbitero, è stata aiutata a diventare famiglia, "casa fraterna e accogliente".

Sono emerse così le due dimensioni imprescindibili della Chiesa: il principio mariano e quello apostolico petrino. Ci piace chiamare questa condivisione di vita e apostolato "fraternità", consapevoli che assumerci l’un l’altra come fratello e sorella significa diventare per tutti un segno escatologico, un richiamo al Regno, dove non si prenderà né moglie né marito, ma tutti saranno uno in Cristo.

M. S. e D. E. P.